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Il Millesettecento

Nel 1734 Pietro Francesco Barozzi aveva trent’anni ed era il Barone di Lessona, viveva nel suo palazzo in frazione Torto nel cantone detto del Castello. A quei tempi Lessona era un paese rurale la cui campagna, coperta di vigneti, produceva uno dei vini più apprezzati del Regno di Sardegna e questo ben lo sapevano le grandi famiglie nobili biellesi e vercellesi che possedevano i più bei vigneti e le case più grandi. Fervevano, a quegli anni, i lavori di ricostruzione della Chiesa Parrocchiale mentre si effettuavano tutte le misure e le stime dei beni di proprietà secondo quanto previsto dall’Editto della Perequazione che Carlo Emanuele III aveva promulgato nel 1731. Ma la vita non era scandita solo dall’alternarsi dei lavori nelle vigne e nei campi, ma anche dai rintocchi di una campana. Annunciava le riunioni del Consiglio Comunale ed accompagnava quei tristi e troppo frequenti giorni in cui tante anime, specie dei più piccoli, salivano in cielo. Gli abitanti in quel secolo oscillavano da 800 a 950 unità ed erano praticamente tutti impiegati, fin dalla tenera età, nei lavori agricoli che si concentravano quasi esclusivamente nelle circa 800 giornate coltivate a vite, vigneti o alteni, che coprivano la maggior parte del territorio del nostro paese. Migliaia di “brente” di vino erano prodotte per poi essere avviate per la maggior parte alla vendita mentre in minor misura nei campi si coltivavano: “segala e barbariato, melica bianca e altri marsaschi... frutti da rama, foglie di morone e noci”. Tra i prati si coltivava la canapa che, macinata nei due mulini allora in funzione, uno a Capovilla l’altro alla Barazza entrambi lungo il corso del torrente Strona, serviva per soddisfare il fabbisogno della popolazione con i manufatti filati nei dieci telai funzionanti in paese. Il quadro che possiamo disegnare della Lessona di quel secolo non ha tuttavia solo le tinte allegre e colorite della vita di campagna peraltro già offuscate dalle difficoltà imposte dalla grandine e dalle altre avversità metereologiche che portarono spesso anni di carestia, ma soprattutto i colori cupi delle povere condizioni di vita della maggior parte della popolazione. I bambini faticavano a nascere e se sopravvivevano erano costretti a vivere in povere case dove le condizioni igieniche erano scadenti, gli adulti oberati dal lavoro cadevano molto spesso vittime delle malattie contro cui non esisteva rimedio. Ma nel secolo XVIII non si spirava di sola morte naturale: i morti ammazzati e le morti misteriose frequentemente citate negli atti di morte dell’epoca sono un’ulteriore testimonianza della tristezza di quei tempi.