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Qual è l’etimologia
del nome Lessona?
Due sono le ipotesi:
LAESA SUM ovvero "sono ferita"
visto che lo stemma è caratterizzato da cinque ferite da cui stillano
gocce di sangue
oppure
LEX UNA dal latino "una legge
sola".
Ma quelle dello stemma sono veramente cinque ferite oppure, come pare di
desumere dal catasto miniato del XVIII secolo, cinque grappoli d'uva?
Quel che è certo è che lo stemma con le cinque ferite è quello
autorizzato dalla Repubblica Italiana nella persona dell'allora
Presidente Gronchi.
Le notizie storiche relative a Lessona sono scarse e frammentarie a
causa delle ripetute distruzioni, avvenute in diverse epoche e
circostanze, di molti documenti dell'archivio della comunità.
LA NOTTE DEI
TEMPI
“L’idea
che Lessona fosse bagnata dal mare suscitava sorpresa e incredulità
quando, nelle nostre fanciullesche spedizioni estive lungo il corso del
torrente Osterla, si raccoglievano quei fossili che genericamente
chiamavano allora “conchiglie”.
D’altra
parte non c’era ragione che potesse spiegare altrimenti la presenza di
quei relitti di vita marina che trovavamo, scavando nella terra delle
pareti grigio-azzurro delle sponde del torrente che scorreva, con la sua
poca acqua, nei boschi sotto San Gaudenzio.
Ancora
maggiore era poi lo stupore quando si apprendeva che quel mare era
l’Adriatico, non certo il mar Ligure che, sempre nella nostra
fanciullesca fantasia, aveva invece varcato gli Appennini per tracimare
e riempire le nostre valli.”
Questa è la verità storica e geologica
delle nostre terre: nel Pliocene, cioè 65 milioni d’anni fa, coperti dal
Mar di Venezia che poi si ritirò lasciando, più o meno, il paesaggio al
suo assetto attuale.
E i fossili ne sono la certa testimonianza!
Passando dalla terra ai suoi abitanti,
nulla conosciamo invece circa i primi insediamenti di umani nella nostra
Lessona, almeno fino all’età romana.
Non sappiamo se i primi abitanti delle
nostre colline siano stati, come nel resto del Biellese, i Liguri: non
lo sappiamo ma possiamo ritenerlo molto probabile.
Ai Liguri seguirono probabilmente le
popolazioni Gallo Celtiche giunte dalle valli valdostane, attraverso il
Colle della Barma ed Oropa, fino alla zona occidentale della pianura
biellese, ed in Valsesia attraverso il Sempione e la Val d’Ossola.
Numerosi sono infatti i ritrovamenti in
varie zone, dalla Bessa alla Valle di Postua fino a Serravalle Sesia,
che testimoniano la presenza di queste antiche genti che precedettero i
Romani: basta ricordare, appunto nella zona della Bassa Valsesia, la
scoperta, in alcune tombe, del tipico falcetto dei druidi.
Era il periodo della IIa età del ferro,
fine V inizio IV secolo avanti Cristo, durante il quale si ritiene che
avvennero proprio queste “immigrazioni” dalla Francia.
Ma, alla fine di ciò che abbiamo letto e
raccontato di questi tempi, nulla abbiamo trovato della nostra Lessona.
L’ETA’ ROMANA
La
penetrazione nelle zone del Biellese delle legioni romane avvenne tra il
I e il II secolo dopo Cristo e proprio al II secolo risale il reperto
archeologico che rappresenta la prima testimonianza di insediamenti
umani nel nostro territorio: la lapide del Sagario.
Questa lapide fu ritrovata una prima volta,
a quanto si sa, alla fine del secolo XVIII, per poi scomparire
nuovamente fino al rinvenimento definitivo negli anni Trenta da parte di
Mons. Delfino Maggia, Parroco di Lessona, in circostanze a dir poco
rocambolesche: la lapide era infatti diventata un coperchio per un
tombino di scarico delle acque piovane nella piazzetta antistante la
Parrocchia.
Ma cosa c’è scritto su questa pietra
bianca?
“Diis
Manibus Quinti Quartii Sagarii Quintia Sextilia coniugi carissimo”:
Quinta Sextilia rendeva omaggio ai mani, cioè alle anime dei defunti,
del coniuge Quinto Quarzio, di professione Sagario.
Questo antico “romano” di Lessona era
quindi un fabbricante di saglie, rozze vesti di lana che coprivano i
contadini: pare fosse professione esercitata da molti come attestano
infatti i numerosi “Sagari” che compaiono in tante altre iscrizioni
romane, biellesi e non.
Colummella, storico latino, ci tramanda che
erano i padroni a provvedere per i loro contadini il “sagum”
e che anche i Miliziani portavano una veste analoga.
Sembra molto probabile che già nell’età
romana, Lessona fosse attraversata dalla Via Lexonasca: nome ricavato
già da documenti risalenti al periodo medioevale facenti riferimento a
questa strada che, dalle montagne di Mosso e Trivero, raggiungeva la
pianura di Montebelluardo, l’odierna Mottalciata.
Certamente i viandanti o i soldati che vi
transitavano passavano in mezzo alle vigne che sicuramente già
esistevano a quei tempi: citazioni viticole e vinicole si trovano
infatti già negli scritti di Plinio che fa riferimento all’uva coltivata
nella Gallia cisalpina fornendo riferimenti che ben coincidono con la
nostra “Spanna”.
Risalgono quindi all’età romana sia le
testimonianze dirette, quale la lapide del Sagario, sia quelle
indirette, le citazioni di storia enologica e viticola, che ci fanno
immaginare la Lessona di quei secoli lontani già con le sue vocazioni
ben definite: l’agricoltura vinicola e la tessitura.
LA LESSONA MEDIOEVALE
Nel Medio Evo Lessona faceva parte del
Comitato di Vercelli.
Il 4 maggio 1039, con diploma
dell’Imperatore Corrado il Salico fu donata a Guala Casalvolone, per poi
passare al figlio Bongiovanni, Conte di Vercelli.
Una parte del nostro paese però apparteneva
già ai Bolgaro, Signori di Borgovercelli, che ne ottennero conferma in
favore di Giacomo Bolgaro e fratelli, dall’Imperatore Enrico IV il 18
maggio 1112.
Verso la fine del XII secolo Lessona era
compresa nella Signoria dei Vescovi di Vercelli.
Infatti il 17 ottobre 1152
l’Imperatore Federico I promulgò a Visemburch un precetto che annullava
tutte le donazioni e vendite a vescovi intrusi confermando alla Chiesa
di Vercelli tutte le terre che in precedenza aveva posseduto:
“... Noi Federico per
grazia di Dio, Re e Imperatore dei Romani... su richiesta del Papa
Eugenio III e per intercessione del Cancelliere Arnoldo...abbiamo preso
sotto regia protezione il Ven. Vescovo di Vercelli, Uguccione, e la
Chiesa di S. Eusebio... perciò confermiamo alla suddetta Chiesa
qualsiasi donazione di Re, concessioni di Pontefici, e qualunque
donazione dei fedeli, e precisamente il Monastero di S. Michele in
Lucedio..., Crevacuore, con le case e i diritti di pesca e ogni altra
regalia, Curino, Masserano (Quirinum Messeranum) con tutte le regalie,
Lessona...”
Successivamente i Vescovi di Vercelli
concessero alcuni diritti feudali agli Avogadro.
A questo periodo oscuro e lontano risale
l’edificio probabilmente più antico di Lessona: l’Oratorio di San
Gaudenzio. Questa chiesetta che oggi riposa tra i boschi, le poche vigne
e qualche casa rimaste, è già citata in un elenco delle chiese
vercellesi del 1298: doveva essere una chiesa importante di dignità
parrocchiale e non un semplice oratorio come divenne successivamente.
Questo fatto ha generato l’ipotesi storica,
non da tutti condivisa, che il territorio attuale di Lessona fosse
diviso in due paesi: Lessona con la Chiesa di S. Lorenzo e Torto con
quella di S. Gaudenzio.
Dalle nebbie di questi
tempi cupi e lontani giungono frammentarie e incerte notizie di passaggi
sul nostro territorio di truppe, ribelli, soldati e capitani di ventura:
nel marzo del 1307 alcuni reparti dell’esercito di Fra Dolcino assediato
sul Monte Rubello, durante alcune scorrerie capitarono anche a Lessona,
poi Facino Cane che entrò nel Biellese dopo il 1321 spinto dai Visconti
in lotta contro i Savoia e, dopo di lui il crudele Bando di Firenze, al
soldo dei Marchesi del Monferrato, anch’essi in lotta contro il dominio
sabaudo.
IL MILLEQUATTROCENTO
Questo secolo si apre con la prima
dichiarazione di fedeltà da parte di Lessona al Duca di Savoia: era il
20 settembre del 1403 e, nel Castello, a quei tempi chiamato anche
Ricetto, di Lessona, Perrinus Vineus, figlio di Johanoni di Lessona,
Sindaco e Procuratore del paese, dichiara di aver giurato a nome suo e
di tutta la Comunità fedeltà ad Amedeo VIII di Savoia, promettendo sui
Vangeli che la “città “ sarebbe
rimasta fedele suddita dei Savoia anche in futuro.
Alla presenza del Notaio Johannes
Passalacqua di Biella e dei testimoni: Albertino Passalacqua, Albertino
de Lexona, Perrino de Crestino, Johannes Capazeto, tutti di Biella,
furono anche stabilite le condizioni di sottomissione: il Duca avrebbe
disposto del castello come fosse di sua proprietà e la comunità avrebbe
pagato annualmente a lui ed ai suoi eredi, un focaggio, cioè una tassa,
che fu poi stabilita in 60 ducati d’oro.
In cambio il Duca avrebbe difeso Lessona
non abbandonandola né mettendola nella mani di un altro signore.
Quindi Lessona entrò a far parte,
dall’inizio del XV secolo, del Ducato di Savoia e questa fedeltà fu poi
ancora rinnovata molti anni più tardi nel 1474, da Jeronimus, figlio di
Galinus de Fancono di Biella e Philipus Farla figlio di Cominus de
Lexona, sindaci e procuratori di Lessona.
Il 13 febbraio dell’anno 1425, a Morgex,
Amedeo Duca di Savoia, promulgò il
“Libertates Lexone” cioè la carta di libertà di Lessona: in altre
parole il corpo delle leggi che regolavano la vita dei Lessonesi del
Quattrocento. Tra queste, oltre alle varie ammende e pene per furti,
ruberie, danni alle campagne o evasioni fiscali possiamo leggere che a
coloro che facevano strepito o disordine in Chiesa o nel cimitero,
mentre in essi si celebravano i riti solenni delle Messe, veniva
comminata una pena di 2 soldi mentre erano 12 quelli da pagare da chi
mancava rispetto al nome di Dio; oppure che ai Lessonesi fu concesso di
“...gestire un macello, in un luogo
adatto, ed in esso vendere e comprare carni fresche soltanto per l’uso
degli abitanti della medesima città”.
Verso la fine di questo secolo,
probabilmente dalla frazione Torto, partirono alla volta, dapprima di
Treviso e poi di Venezia, i tre fratelli Viano: Albertino, Bernardino e
Giovanni, quest’ultimo conosciuto come Giovanni il Rosso.
I tre Lessonesi diventarono, loro stessi ed
i loro discendenti, tipografi affermati con una indubbia fortuna
editoriale proprio nella città lagunare dove l’arte della stampa
raggiunse, nel Quattrocento e ancor più nel secolo successivo, uno
straordinario sviluppo.
SULLA DISTRUZIONE DEL CASTELLO DI LESSONA
Tra i tanti misteri che caratterizzano la
storia del nostro singolare paese un posto preminente è occupato da
quello del Castello.
Dove si trovava, a chi apparteneva, quando
fu distrutto?
Alcuni documenti del 1700 testimoniano
indubbiamente che esso si trovava in quel cantone che ancora oggi porta
questo nome che invece, più comunemente e genericamente è esteso a tutta
la frazione anticamente chiamata Torto.
Il castello esisteva sicuramente già nel
periodo medioevale come testimoniano alcuni documenti risalenti al
1300 in cui si legge di un “...castro
Lexone” poi divenuto “receptus”
nel quale: “...sia gli abitanti
attuali (siamo nel 1400, n.d.a.)
che i loro antenati erano soliti custodire i loro beni mobili in tempo
di pace, e ripararvisi in tempo di guerra. Nei periodi di pace tenevano
due uomini a guardia pagandoli 24 fiorini”.
Il Duca di Savoia ne poteva liberamente
disporre, come abbiamo già detto, e sicuramente vi abitarono i Bulgaro.
Riguardo alla sua distruzione vi è chi
sostiene che esso fu distrutto “...
quando venero li Francesi et che la gittarono abasso la torre et il
castello” facendo riferimento ad episodi di guerra del XVI secolo
ma l’ipotesi più accreditata, che peraltro potrebbe anche concordare con
quella sopra citata e quella che attribuisce la distruzione del castello
alle truppe del Conte Filippo Tornielli di Briona.
Accadde, probabilmente, che nel novembre
1526 il Conte, capitano imperiale, alla testa di un esercito di 3.000
soldati armati, fra l’altro, di quattro cannoni, varcò il Sesia ed entrò
nel Biellese per vendicarsi di una spedizione militare franco biellese
del settembre 1522 che aveva portato danni e distruzioni nei feudi del
Conte Tornielli a Briona e Maggiora.
Dal quartier generale, nel Castello di
Buronzo, da dove il Conte minacciava di assediare e distruggere Biella,
partirono alcune spedizioni militari una delle quali attaccò Lessona.
I cannoni che già avevano spianato pietra
su pietra il Castello di Greggio si accanirono sulle quattro torri e sui
bastioni del nostro castello, condannandolo alla prima, almeno di quelle
documentate, distruzione.
Altre ne seguirono nei secoli, visto che
documenti successivi al 1500 attestano di permessi concessi per la
ricostruzione, ma di queste successive rovine al momento non vi sono
notizie se non che nel 1600 il Castello era avviato già alla sua rovina
definitiva e sulle sue fondamenta fu eretto il palazzo che doveva
ospitare i Baroni Barozzi, signori di Lessona nel XVII e XVIII secolo.
IL
MILLESEICENTO
Il 1600 fu un secolo travagliato tra
guerre, passaggi di eserciti francesi e spagnoli e terribili pestilenze.
Delle prime abbiamo notizie attraverso
alcuni documenti che fanno riferimento ai cotizzi, le tasse, pagati al
Duca in tempo di guerre e che, tra gli elenchi dei paesi del Ducato
sabaudo tenuti al pagamento, riportano anche il nostro paese.
Gli abitanti di Lessona nel 1606 si
contavano in numero di 600, nel 1661 erano cento in meno mentre a fine
secolo, nel 1693, l’elenco delle anime della parrocchia enumerava 715
persone.
Non ci è dato di sapere se il calo di
popolazione che si verificò dopo il 1630 fosse dovuto al diffondersi
della peste, di quell’epidemia raccontata dal Manzoni nel suo romanzo “I
promessi sposi” nel territorio lessonese.
Esistono notizie storiografiche che
riguardano infatti la diffusione del contagio nel territorio biellese ma
non fanno cenno al nostro paese.
Tuttavia sappiamo che nel vicino Principato
di Masserano alla fine del 1630 si notarono i primi casi di contagio
mentre nel 1631 la peste raggiunse in queste terre a noi vicinissime il
suo acme mietendo numerose vittime specialmente di giovane età.
Da ciò possiamo facilmente dedurre che ben
difficilmente la popolazione lessonese si sottrasse alla pestilenza
vista la diffusione della malattia ai suoi confini.
Nel 1600 compare sulla nostra scena storica
la famiglia dei Barozzi destinata ad occupare per più di un secolo la
baronia di cui Lessona fu investita.
Il 2 settembre 1627 Germano e Pietro
Lorenzo, fratelli Barozzi, furono infeudati dal Duca: del territorio,
dei beni e dei redditi di Lessona; mentre l’erezione del feudo lessonese
in baronia è datata 15 novembre 1629.
La dinastia di questa famiglia attraversò,
come accennato, tutto questo secolo ed il successivo fino all’ultima
investitura del 1796 per terminare senza gloria, oberata dai debiti, ai
tempi della calata napoleonica dei Francesi a fine Settecento.
E pensare che il Barone era il
signore assoluto di Lessona investito di:
“...total giurisdizione alta mezzana e bassa... di tutte le cause civili
e criminali... autorità di deputare giudici... far drizzar forche,
berline, pillastri, e altre cose concernenti l’esequtione della
giustizia... affittamenti... fucine, miniere, minerali... casa, sitti,
castello, palazzi, giardini, orti, terre alternate, vineate,... mercati,
fere, tributi, imposti generali e particolari... consistenti tanto in
denari, grani e vino quanto in qualsivoglia altra cosa... fiumi,
acque... peschiere, pescaggioni, caccia per il finaggio, raggioni di
prohibirle, e facoltà di imporre pene”.
IL
MILLESETTECENTO
Nel 1734 Pietro Francesco Barozzi aveva
trent’anni ed era il Barone di Lessona, viveva nel suo palazzo in
frazione Torto nel cantone detto del Castello.
A quei tempi Lessona era un paese rurale la
cui campagna, coperta di vigneti, produceva uno dei vini più apprezzati
del Regno di Sardegna e questo ben lo sapevano le grandi famiglie nobili
biellesi e vercellesi che possedevano i più bei vigneti e le case più
grandi.
Fervevano, a quegli anni, i lavori di
ricostruzione della Chiesa Parrocchiale mentre si effettuavano tutte le
misure e le stime dei beni di proprietà secondo quanto previsto
dall’Editto della Perequazione che Carlo Emanuele III aveva promulgato
nel 1731.
Ma la vita non era scandita solo
dall’alternarsi dei lavori nelle vigne e nei campi, ma anche dai
rintocchi di una campana. Annunciava le riunioni del Consiglio Comunale
ed accompagnava quei tristi e troppo frequenti giorni in cui tante
anime, specie dei più piccoli, salivano in cielo.
Gli abitanti in quel secolo oscillavano da
800 a 950 unità ed erano praticamente tutti impiegati, fin dalla tenera
età, nei lavori agricoli che si concentravano quasi esclusivamente nelle
circa 800 giornate coltivate a vite, vigneti o alteni, che coprivano la
maggior parte del territorio del nostro paese.
Migliaia di “brente”
di vino erano prodotte per poi essere avviate per la maggior
parte alla vendita mentre in minor misura nei campi si coltivavano:
“segala e barbariato, melica bianca e altri marsaschi... frutti da rama,
foglie di morone e noci”.
Tra i prati si coltivava la canapa che,
macinata nei due mulini allora in funzione, uno a Capovilla l’altro alla
Barazza entrambi lungo il corso del torrente Strona, serviva per
soddisfare il fabbisogno della popolazione con i manufatti filati nei
dieci telai funzionanti in paese.
Il quadro che possiamo disegnare della
Lessona di quel secolo non ha tuttavia solo le tinte allegre e colorite
della vita di campagna peraltro già offuscate dalle difficoltà imposte
dalla grandine e dalle altre avversità metereologiche che portarono
spesso anni di carestia, ma soprattutto i colori cupi delle povere
condizioni di vita della maggior parte della popolazione.
I bambini faticavano a nascere e se
sopravvivevano erano costretti a vivere in povere case dove le
condizioni igieniche erano scadenti, gli adulti oberati dal lavoro
cadevano molto spesso vittime delle malattie contro cui non
esisteva rimedio.
Ma nel secolo XVIII non si spirava di sola
morte naturale: i morti ammazzati e le morti misteriose frequentemente
citate negli atti di morte dell’epoca sono un’ulteriore testimonianza
della tristezza di quei tempi.
IL
MILLEOTTOCENTO
Nel 1800 gli abitanti di Lessona erano
saliti a 1.039 unità.
Agli albori del secolo, causa la
riorganizzazione politico amministrativa dell’Italia nord occidentale
voluta da Napoleone, il Piemonte era scomparso dalle carte d’Europa
sostituito da sei dipartimenti francesi.
Lessona faceva parte del dipartimento della
Sesia, la lingua ufficiale era diventata il francese come dimostrato dai
pochi documenti rimasti nell’archivio comunale risalenti a quell’epoca,
tra essi le liste di leva napoleoniche.
A proposito di leva, con un balzo,
certamente eccessivo, nella storia ottocentesca ormai ricca, anche per
noi, di avvenimenti, ci portiamo nel cuore della storia d’Italia: il
periodo del Risorgimento.
Anche i Lessonesi hanno dato il loro
contributo di sangue alle guerre risorgimentali: settanta tra fanti,
bersaglieri, artiglieri, lancieri, da semplici soldati, caporali o
sergenti, parteciparono ad una o più delle sette campagne dal 1848 al
1870 per l’indipendenza italiana.
Alcuni tornarono, altri caddero sul campo,
due di essi furono decorati con medaglia d’argento al valor militare.
E’ una pagina di storia purtroppo
dimenticata ma che merita opportuni approfondimenti, allo scopo di
ricordare come anche il nostro piccolo paese partecipò alla creazione
dello Stato italiano.
Lessona mantenne in tutto il secolo XIX il
suo assetto prevalentemente agricolo e solo alla fine di esso iniziarono
a svilupparsi le prime industrie tessili.
Ma com’era la Lessona di fine ottocento?
Ecco come la descrive un giornale del 1880.
“...eccovi
a pennellate somme due righe di topografia lessonese.
Lessona,
paese rinomato pei suoi prelibati vini dista tre ore circa da Biella.
Tutto
colline gode di una vista incantevole, di un’aria fra le più salubri:
sperse qua e là ha ricche e sontuose ville, fra le quali primeggiano
quelle delli signori Sella.
Dal
piazzale della sua chiesa parrocchiale l’occhio spazia nell’immensa e
ubertosa pianura vercellese e più in là sino a Novara, i circonvicini
paesi di Masserano, Brusnengo e Roasio addossati a verdeggianti colline
e più su le montagne rosse di Curino.
A
ciò aggiungete un cielo stupendo e poi ditemi se Lessona non è veramente
bello”.
La vita era migliorata, rispetto al secolo
precedente e le attività sociali fiorivano con manifestazioni culturali,
sportive, ricreative quasi sempre organizzate a scopi benefici.
L’EMIGRAZIONE
Come per molti altri paesi e regioni
d’Italia, anche a Lessona l’emigrazione rappresentò certamente la
caratteristica più importante dal punto di vista demografico e
sociologico della storia dei primi trent’anni del Novecento.
Centinaia e centinaia di Lessonesi, intere
famiglie, nuclei di parenti lasciarono la loro terra per cercare lavoro
oltre oceano negli Stati Uniti, in Argentina o in altri paesi
dell’America del Sud, oppure varcando le Alpi per la Svizzera o la
Francia.
Scorrendo le liste delle richieste di
passaporti si trova un nutrito elenco di cognomi delle più antiche
famiglie lessonesi che facevano domanda per imbarcarsi sui piroscafi che
varcavano l’oceano.
Ognuno dichiarando il proprio mestiere:
tanti contadini, in minor misura operai tessili, cuochi, camerieri,
negozianti, sarte... questi generalmente partivano per l’America del
nord o del sud; al contrario i muratori, spaccapietre, gessatori,
minatori e falegnami per i paesi d’Oltralpe.
In molti casi, e le domande di espatrio ben
lo dimostrano, all’estero i “pionieri” venivano seguiti in anni
successivi dai fratelli, cugini, oppure dalle mogli con i figli che
partivano anche in tenera età.
Naturalmente molti ritornarono, ma buona
parte restarono all’estero costituendo là le loro famiglie con una
caratteristica destinazione di interi gruppi di parentela radicatisi a
Little Italy, piuttosto che a Buenos Aires.
E’ noto come, soprattutto negli U.S.A., i
Lessonesi si organizzassero in circoli o società di mutuo soccorso.
La più nota e numerosa di esse fu la
società “La Lessonese” di New
York che fu fondata il 7 maggio 1916 e il cui scopo era:
“la fratellanza e lo scambievole aiuto
fra i suoi membri, indipendentemente da ogni fazione politica o
religiosa. La società tende a promuovere l’istruzione, la moralità ed il
benessere onde cooperare al bene pubblico e sostenere con mutua
retribuzione la vita e dignità della colonia lessonese”.
Ad essa si potevano iscrivere i lessonesi o
figli di essi aventi età compresa tra i 16 e i 45 anni che dovevano
pagare una quota mensile di un dollaro.
Molte furono le attività benefiche di
questa società non soltanto tra i nostri compaesani emigrati ma anche a
favore del loro paese che mai venne dimenticato: dal mantenimento di un
letto a favore dei bisognosi presso l’Ospedale degli Infermi di Biella
quando l’assistenza non era gratuita agli aiuti in denaro e generi
alimentari inviati ai Lessonesi durante e dopo la seconda guerra
mondiale.
VILLA CORINNA
La storia di questa villa attraversa due
secoli di vita lessonese; dal 1794, quando venne costruita dai fratelli
Dionisio e Felice Beglia con la manodopera di molti contadini lessonesi
oppressi dalle guerre e carestie e perciò sollevati dalla miseria con
questo lavoro, fino all’ultimo dopoguerra quando ospitò alcuni gruppi di
sfollati provenienti dall’Istria.
Ma tutta la storia di questa casa si
intreccia con molteplici vicende che partendo dalla sua costruzione il
cui sovrintendente era l’ultimo dei Baroni Barozzi, ormai in rovina,
passa attraverso il periodo più splendente della viticoltura lessonese
essendo la “Fattoria Beglia” una
se non la più grande azienda vinicola lessonese, fino ad interessare le
vicende amministrative del Comune di Lessona e quelle socio politiche
delle Leghe dei contadini e della Sezione socialista che
caratterizzarono in Lessona i primi venti anni del secolo XX.
Durante tutto il 1800 questa casa, che solo
successivamente si chiamò Villa Corinna, era dimora di campagna ma
soprattutto grande azienda agricola che dava lavoro a decine tra
contadini e massari. In essa si producevano quantità di uve impensabili
per i nostri tempi nei suoi vigneti: basti ricordare che la vendemmia
del 1900 fruttò ben 560 quintali...
Dunque la storia di questa casa ben
rappresenta, pur senza pretese di esclusiva, la storia della viticoltura
lessonese dell’800 e del ‘900.
Il nome della villa è da far risalire alla
illustre contessa Corinna Beglia, figlia di Roberto Beglia, oriundo di
Pettinengo e domiciliato a Vercelli, già sindaco di Lessona, che sposò
il Conte Felice Avogadro di Quinto, Comandante della Scuola di
equitazione di Pinerolo, creatore della Scuola di equitazione di Tor di
Quinto a Roma, carissimo amico del Re Umberto.
Dal matrimonio nacque il figlio Casimiro,
in memoria del quale dopo la sua morte avvenuta l’11 dicembre 1922, la
contessa Corinna costruì e dedicò l’omonima strada che dalla frazione
Piccone porta alla borgata Monte proprio dove si trova la villa.
La Contessa presa ad occuparsi della tenuta
di Lessona dopo la morte del padre avvenuta in 16 febbraio 1897 e
proprio negli anni dal 1900 al 1920 fu protagonista, a volte diretta a
volte indiretta, di molte vicende che riguardavano il lavoro dei
braccianti agricoli a Lessona con i suoi risvolti sindacali e le lotte
con la Lega contadini, oppure la storia quasi secolare della costruzione
di una strada che collegasse il Monte con la pianura della Ratina che
tante liti portò in Comune e che coinvolse il Partito socialista con la
sua forte rappresentanza lessonese. Storia culminata proprio con la
costruzione della strada intitolata al figlio Casimiro.
L’INDUSTRIA TESSILE
Fotografando il paese moderno è difficile
confrontare l’immagine che ci è tramandata dalla storia: il nostro paese
con tutto il territorio coperto di boschi, di vigne e di campi con
quella moderna: poche vigne rimaste, tanti boschi ma soprattutto tante
case e tante fabbriche.
Lo sviluppo industriale di Lessona avvenne
però molto più tardi rispetto ad altri paesi limitrofi e non del
Biellese: se è vero che gli antichi Romani che abitavano da noi
tessevano sagari e che al Medio Evo sono datate alcune notizie che fanno
riferimento a Lessonesi che esercitavano l’arte antica della tessitura,
è altrettanto vero che l’industria tessile compare a Lessona alla fine
del 1800 per raggiungere piano piano il suo acme nel XX secolo.
Nel 1880 il signor Zignone Pier Angelo
stava costruendo il primo stabilimento tessile e durante i lavori di
costruzione accadde perfino, evento certamente non raro per quei tempi,
un infortunio mortale sul lavoro, come riportato sui giornali locali
dell’epoca.
Abbiamo notizie che nel 1895 nella ditta
Loro Piana a Lessona si svolse uno sciopero a cavallo tra il mese di
giugno e il mese di luglio.
Nel 1900 era già in attività anche la
fabbrica dell’industriale Reda Luigi, come possiamo ricavare da una
polemica giornalistica dell’epoca a proposito di una raccolta di fondi
in quello stabilimento per l’organizzazione di quello che fu il primo
carnevale di Lessona.
Dai ruoli delle tasse per gli esercizi e le
rivendite si ricava la notizia che nel 1913 gli opifici allora in
attività erano cinque: Boggio figli di Agostino, Calcia Giacomo, Loro
Zignone Guelpa, Reda Ottavio, Zignone Quintino; nel 1916 a questi si
erano aggiunti Zignone Paolo e Garlanda Celestino e Giovanni.
Da libro di Vincenzo Ormezzano su “Il
Biellese” e il suo sviluppo industriale edito nel 1927 si legge che a
quei tempi gli stabilimenti lanieri erano il Lanificio di Lessona, Segre
& C., lanificio completo con 180 operai, Reda Ottavio di Pietro,
lanificio completo con 230 operai, Bertotto & Botto, lanificio completo
con 250 operai, Succ. di F. Caucino & C., filatura a pettine con 120
operai, Ubertino Silvio, lanificio completo con 110 operai, Figli di
Agostino Boggio, filatura cardata con 40 operai e Zignone Paolo,
filatura a pettine e tessitura con 70 operai. Quindi, in totale, ben
1.000 operai.
Parlando di industria tessile e di operai
non possiamo dimenticare un accenno alle lotte sindacali che si
manifestarono in Lessona già dai primi anni di attività dell’industria,
analogamente sia pur in misura minore rispetto ad altri paesi.
Di uno di questi scioperi già abbiamo dato
notizia, altri ne seguirono a testimonianza dell’intensa attività dei
circoli socialisti a fine Ottocento, inizio Novecento nel nostro paese.
IL NOVECENTO
Molto si potrebbe dire del secolo che
chiude questo millennio e di tanti eventi storici esistono ancora
testimoni diretti che tante volte ci hanno raccontato soprattutto le
vicende più tragiche e tristi degli ultimi decenni.
Volendo ricordare altri fatti più lontani
nella memoria possiamo partire dalla lunga e complessa storia della Lega
dei contadini e dei circoli socialisti a Lessona: vicende che
testimoniano attraverso i documenti rimasti di come i nostri
antichi compaesani furono attenti alle ragioni più profonde dell’impegno
politico sindacale a favore dei braccianti agricoli o degli operai delle
prime industrie, e dei grandi temi della politica del primo Novecento.
Sono queste sicuramente le radici da cui
nacque l’impegno di tanti lessonesi attivi nella pubblica
amministrazione tra i quali il più conosciuto è quell’Enrico Monti,
sindaco di Lessona dal 1912 al 1922, fervente socialista anticlericale
passato alla storia per il suo fermo rifiuto al regime fascista.
Ma parallelamente a queste genuine e
passionali ispirazioni sociali se ne svilupparono altre che portarono
altre persone, di diversa convinzione ed esperienza, ad occuparsi della
cosa pubblica e del nostro paese: le radici cattoliche che ebbero
sicuramente il loro miglior e più sapiente cultore in Monsignor Delfino
Maggia che tanta parte ebbe nelle vicende locali dal 1922 fino al
dopoguerra ed oltre.
Si dipana così la storia del nostro
Novecento: accanto alla costante del lavoro nelle vigne o nelle
fabbriche le vicende del Comune, del paese e delle sue frazioni spesso
ferocemente in lotta fra di loro guidate dai loro rappresentanti nel
Consiglio comunale impegnati nel portare avanti le ragioni dei loro
elettori frazionisti tante volte schierati su posizioni difficilmente
conciliabili tra loro.
Appaiono così chiare e spiegabili molte
delle ragioni che ancora oggi ispirano ragionamenti e comportamenti dei
Lessonesi e nulla vi è di meglio che rileggersi le pagine, anche della
storia più recente, per comprendere le vicende di oggi.
Questo secolo, tralasciando i momenti
tristi delle guerre o quelli più meritori dell’ultima lotta partigiana,
vogliamo ricordarlo come quello in cui si affermarono le istituzioni più
importanti a cominciare dalle scuole, che ebbero la loro splendida
collocazione nel 1939 insieme al nuovo Municipio, ed all’Asilo
infantile.
Quest’ultima istituzione nacque e si
consolidò proprio a cavallo dei due secoli e soprattutto grazie
all’impegno benefico di tanti Lessonesi che impararono ad usare il tempo
ed il divertimento per il nobile scopo di istituire una scuola per i più
piccoli.
Ed è proprio con i più piccoli, che meglio
di noi attraverseranno il prossimo millennio, che abbiamo voluto
chiudere questa storia.
Sorta intorno al 1000,
ricostruita una prima volta nel secolo XV, all'epoca dell'edificazione
della parte inferiore dell'attuale campanile, e poi definitivamente nel
secolo XVIII secondo la foggia attuale.
Nell'edificio e nell'adiacente canonica sono conservate alcune opere
d'arte sia scultorea che pittorica:
-
· le
ancone di Bernardino Lanino, una in particolare raffigurante
l'Eterno Padre;
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·
il pulpito, lavoro di scultura e intaglio dell'arte valsesiana del
secolo XVII;
-
· l'altare
maggiore e la balaustra in marmi policromi del 1780 (tra le migliori
opere del genere del Biellese);
-
· il
Battistero in noce su pila di marmo intarsiato.
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