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  STORIA E ARTE
 
   
 

Qual è l’etimologia del nome Lessona?
Due sono le ipotesi:

LAESA SUM ovvero "sono ferita" visto che lo stemma è caratterizzato da cinque ferite da cui stillano gocce di sangue

oppure

LEX UNA dal latino "una legge sola".

Ma quelle dello stemma sono veramente cinque ferite oppure, come pare di desumere dal catasto miniato del XVIII secolo, cinque grappoli d'uva?
Quel che è certo è che lo stemma con le cinque ferite è quello autorizzato dalla Repubblica Italiana nella persona dell'allora Presidente Gronchi.
 

Le notizie storiche relative a Lessona sono scarse e frammentarie a causa delle ripetute distruzioni, avvenute in diverse epoche e circostanze, di molti documenti dell'archivio della comunità.

LA NOTTE DEI TEMPI

 “L’idea che Lessona fosse bagnata dal mare suscitava sorpresa e incredulità quando, nelle nostre fanciullesche spedizioni estive lungo il corso del torrente Osterla, si raccoglievano quei fossili che genericamente chiamavano allora “conchiglie”.

D’altra parte non c’era ragione che potesse spiegare altrimenti la presenza di quei relitti di vita marina che trovavamo, scavando nella terra delle pareti grigio-azzurro delle sponde del torrente che scorreva, con la sua poca acqua, nei boschi sotto San Gaudenzio.

Ancora maggiore era poi lo stupore quando si apprendeva che quel mare era l’Adriatico, non certo il mar Ligure che, sempre nella nostra fanciullesca fantasia, aveva invece varcato gli Appennini per tracimare e riempire le nostre valli.”

 Questa è la verità storica e geologica delle nostre terre: nel Pliocene, cioè 65 milioni d’anni fa, coperti dal Mar di Venezia che poi si ritirò lasciando, più o meno, il paesaggio al suo assetto attuale.

E i fossili ne sono la certa testimonianza!

 Passando dalla terra ai suoi abitanti, nulla conosciamo invece circa i primi insediamenti di umani nella nostra Lessona, almeno fino all’età romana.

Non sappiamo se i primi abitanti delle nostre colline siano stati, come nel resto del Biellese, i Liguri: non lo sappiamo ma possiamo ritenerlo molto probabile.

Ai Liguri seguirono probabilmente le popolazioni Gallo Celtiche giunte dalle valli valdostane, attraverso il Colle della Barma ed Oropa, fino alla zona occidentale della pianura biellese, ed in Valsesia attraverso il Sempione e la Val d’Ossola.

Numerosi sono infatti i ritrovamenti in varie zone, dalla Bessa alla Valle di Postua fino a Serravalle Sesia, che testimoniano la presenza di queste antiche genti che precedettero i Romani: basta ricordare, appunto nella zona della Bassa Valsesia, la scoperta, in alcune tombe, del tipico falcetto dei druidi.

Era il periodo della IIa età del ferro, fine V inizio IV secolo avanti Cristo, durante il quale si ritiene che avvennero proprio queste “immigrazioni” dalla Francia.

Ma, alla fine di ciò che abbiamo letto e raccontato di questi tempi, nulla abbiamo trovato della nostra Lessona.

 

L’ETA’ ROMANA

 La penetrazione nelle zone del Biellese delle legioni romane avvenne tra il I e il II secolo dopo Cristo e proprio al II secolo risale il reperto archeologico che rappresenta la prima testimonianza di insediamenti umani nel nostro territorio: la lapide del Sagario.

Questa lapide fu ritrovata una prima volta, a quanto si sa, alla fine del secolo XVIII, per poi scomparire nuovamente fino al rinvenimento definitivo negli anni Trenta da parte di Mons. Delfino Maggia, Parroco di Lessona, in circostanze a dir poco rocambolesche: la lapide era infatti diventata un coperchio per un tombino di scarico delle acque piovane nella piazzetta antistante la Parrocchia.

Ma cosa c’è scritto su questa pietra bianca?

Diis Manibus Quinti Quartii Sagarii Quintia Sextilia coniugi carissimo”: Quinta Sextilia rendeva omaggio ai mani, cioè alle anime dei defunti, del coniuge Quinto Quarzio, di professione Sagario.

Questo antico “romano” di Lessona era quindi un fabbricante di saglie, rozze vesti di lana che coprivano i contadini: pare fosse professione esercitata da molti come attestano infatti i numerosi “Sagari” che compaiono in tante altre iscrizioni romane, biellesi e non.

Colummella, storico latino, ci tramanda che erano i padroni a provvedere per i loro contadini il “sagum” e che anche i Miliziani portavano una veste analoga.

 

Sembra molto probabile che già nell’età romana, Lessona fosse attraversata dalla Via Lexonasca: nome ricavato già da documenti risalenti al periodo medioevale facenti riferimento a questa strada che, dalle montagne di Mosso e Trivero, raggiungeva la pianura di Montebelluardo, l’odierna Mottalciata.

Certamente i viandanti o i soldati che vi transitavano passavano in mezzo alle vigne che sicuramente già esistevano a quei tempi: citazioni viticole e vinicole si trovano infatti già negli scritti di Plinio che fa riferimento all’uva coltivata nella Gallia cisalpina fornendo riferimenti che ben coincidono con la nostra “Spanna”.

 

Risalgono quindi all’età romana sia le testimonianze dirette, quale la lapide del Sagario, sia quelle indirette, le citazioni di storia enologica e viticola, che ci fanno immaginare la Lessona di quei secoli lontani già con le sue vocazioni ben definite: l’agricoltura vinicola e la tessitura.

 

LA LESSONA MEDIOEVALE

 

Nel Medio Evo Lessona faceva parte del Comitato di Vercelli.

Il 4 maggio 1039, con diploma dell’Imperatore Corrado il Salico fu donata a Guala Casalvolone, per poi passare al figlio Bongiovanni, Conte di Vercelli.

Una parte del nostro paese però apparteneva già ai Bolgaro, Signori di Borgovercelli, che ne ottennero conferma in favore di Giacomo Bolgaro e fratelli, dall’Imperatore Enrico IV il 18 maggio 1112.

Verso la fine del XII secolo Lessona era compresa nella Signoria dei Vescovi di Vercelli.

Infatti il 17 ottobre 1152 l’Imperatore Federico I promulgò a Visemburch un precetto che annullava tutte le donazioni e vendite a vescovi intrusi confermando alla Chiesa di Vercelli tutte le terre che in precedenza aveva posseduto: “... Noi Federico per grazia di Dio, Re e Imperatore dei Romani... su richiesta del Papa Eugenio III e per intercessione del Cancelliere Arnoldo...abbiamo preso sotto regia protezione il Ven. Vescovo di Vercelli, Uguccione, e la Chiesa di S. Eusebio... perciò confermiamo alla suddetta Chiesa qualsiasi donazione di Re, concessioni di Pontefici, e qualunque donazione dei fedeli, e precisamente il Monastero di S. Michele in Lucedio..., Crevacuore, con le case e i diritti di pesca e ogni altra regalia, Curino, Masserano (Quirinum Messeranum) con tutte le regalie, Lessona...”

Successivamente i Vescovi di Vercelli concessero alcuni diritti feudali agli Avogadro.

A questo periodo oscuro e lontano risale l’edificio probabilmente più antico di Lessona: l’Oratorio di San Gaudenzio. Questa chiesetta che oggi riposa tra i boschi, le poche vigne e qualche casa rimaste, è già citata in un elenco delle chiese vercellesi del 1298: doveva essere una chiesa importante di dignità parrocchiale e non un semplice oratorio come divenne successivamente.

Questo fatto ha generato l’ipotesi storica, non da tutti condivisa, che il territorio attuale di Lessona fosse diviso in due paesi: Lessona con la Chiesa di S. Lorenzo e Torto con quella di S. Gaudenzio.

 

Dalle nebbie di questi tempi cupi e lontani giungono frammentarie e incerte notizie di passaggi sul nostro territorio di truppe, ribelli, soldati e capitani di ventura: nel marzo del 1307 alcuni reparti dell’esercito di Fra Dolcino assediato sul Monte Rubello, durante alcune scorrerie capitarono anche a Lessona, poi Facino Cane che entrò nel Biellese dopo il 1321 spinto dai Visconti in lotta contro i Savoia e, dopo di lui il crudele Bando di Firenze, al soldo dei Marchesi del Monferrato, anch’essi in lotta contro il dominio sabaudo.

 

 

IL MILLEQUATTROCENTO

 

Questo secolo si apre con la prima dichiarazione di fedeltà da parte di Lessona al Duca di Savoia: era il 20 settembre del 1403 e, nel Castello, a quei tempi chiamato anche Ricetto, di Lessona, Perrinus Vineus, figlio di Johanoni di Lessona, Sindaco e Procuratore del paese, dichiara di aver giurato a nome suo e di tutta la Comunità fedeltà ad Amedeo VIII di Savoia, promettendo sui Vangeli che la “città “ sarebbe rimasta fedele suddita dei Savoia anche in futuro.

Alla presenza del Notaio Johannes Passalacqua di Biella e dei testimoni: Albertino Passalacqua, Albertino de Lexona, Perrino de Crestino, Johannes Capazeto, tutti di Biella, furono anche stabilite le condizioni di sottomissione: il Duca avrebbe disposto del castello come fosse di sua proprietà e la comunità avrebbe pagato annualmente a lui ed ai suoi eredi, un focaggio, cioè una tassa, che fu poi stabilita in 60 ducati d’oro.

In cambio il Duca avrebbe difeso Lessona non abbandonandola né mettendola nella mani di un altro signore.

 

Quindi Lessona entrò a far parte, dall’inizio del XV secolo, del Ducato di Savoia e questa fedeltà fu poi ancora rinnovata molti anni più tardi nel 1474, da Jeronimus, figlio di Galinus de Fancono di Biella e Philipus Farla figlio di Cominus de Lexona, sindaci e procuratori di Lessona.

Il 13 febbraio dell’anno 1425, a Morgex, Amedeo Duca di Savoia, promulgò il “Libertates Lexone” cioè la carta di libertà di Lessona: in altre parole il corpo delle leggi che regolavano la vita dei Lessonesi del Quattrocento. Tra queste, oltre alle varie ammende e pene per furti, ruberie, danni alle campagne o evasioni fiscali possiamo leggere che a coloro che facevano strepito o disordine in Chiesa o nel cimitero, mentre in essi si celebravano i riti solenni delle Messe, veniva comminata una pena di 2 soldi mentre erano 12 quelli da pagare da chi mancava rispetto al nome di Dio; oppure che ai Lessonesi fu concesso di “...gestire un macello, in un luogo adatto, ed in esso vendere e comprare carni fresche soltanto per l’uso degli abitanti della medesima città”.

 

Verso la fine di questo secolo, probabilmente dalla frazione Torto, partirono alla volta, dapprima di Treviso e poi di Venezia, i tre fratelli Viano: Albertino, Bernardino e Giovanni, quest’ultimo conosciuto come Giovanni il Rosso.

I tre Lessonesi diventarono, loro stessi ed i loro discendenti, tipografi affermati con una indubbia fortuna editoriale proprio nella città lagunare dove l’arte della stampa raggiunse, nel Quattrocento e ancor più nel secolo successivo, uno straordinario sviluppo.

 

 

 

SULLA DISTRUZIONE DEL CASTELLO DI LESSONA

 

 

Tra i tanti misteri che caratterizzano la storia del nostro singolare paese un posto preminente è occupato da quello del Castello.

Dove si trovava, a chi apparteneva, quando fu distrutto?

 

Alcuni documenti del 1700 testimoniano indubbiamente che esso si trovava in quel cantone che ancora oggi porta questo nome che invece, più comunemente e genericamente è esteso a tutta la frazione anticamente chiamata Torto.

Il castello esisteva sicuramente già nel periodo medioevale come  testimoniano alcuni documenti risalenti al 1300 in cui si legge di un “...castro Lexone” poi divenuto “receptus” nel quale: “...sia gli abitanti attuali (siamo nel 1400, n.d.a.) che i loro antenati erano soliti custodire i loro beni mobili in tempo di pace, e ripararvisi in tempo di guerra. Nei periodi di pace tenevano due uomini a guardia pagandoli 24 fiorini”.

Il Duca di Savoia ne poteva liberamente disporre, come abbiamo già detto, e sicuramente vi abitarono i Bulgaro.

Riguardo alla sua distruzione vi è chi sostiene che esso fu distrutto “... quando venero li Francesi et che la gittarono abasso la torre et il castello” facendo riferimento ad episodi di guerra del XVI secolo ma l’ipotesi più accreditata, che peraltro potrebbe anche concordare con quella sopra citata e quella che attribuisce la distruzione del castello alle truppe del Conte Filippo Tornielli di Briona.

Accadde, probabilmente, che nel novembre 1526 il Conte, capitano imperiale, alla testa di un esercito di 3.000 soldati armati, fra l’altro, di quattro cannoni, varcò il Sesia ed entrò nel Biellese per vendicarsi di una spedizione militare franco biellese del settembre 1522 che aveva portato danni e distruzioni nei feudi del Conte Tornielli a Briona e Maggiora.

Dal quartier generale, nel Castello di  Buronzo, da dove il Conte minacciava di assediare e distruggere Biella, partirono alcune spedizioni militari una delle quali attaccò Lessona.

I cannoni che già avevano spianato pietra su pietra il Castello di Greggio si accanirono sulle quattro torri e sui bastioni del nostro castello, condannandolo alla prima, almeno di quelle documentate, distruzione.

Altre ne seguirono nei secoli, visto che documenti successivi al 1500 attestano di permessi concessi per la ricostruzione, ma di queste successive rovine al momento non vi sono notizie se non che nel 1600 il Castello era avviato già alla sua rovina definitiva e sulle sue fondamenta  fu eretto il palazzo che doveva ospitare i Baroni Barozzi, signori di Lessona nel XVII e XVIII secolo.

 

 

 

IL MILLESEICENTO

 

Il 1600 fu un secolo travagliato tra guerre, passaggi di eserciti francesi e spagnoli e terribili pestilenze.

Delle prime abbiamo notizie attraverso alcuni documenti che fanno riferimento ai cotizzi, le tasse, pagati al Duca in tempo di guerre e che, tra gli elenchi dei paesi del Ducato sabaudo tenuti al pagamento, riportano anche il nostro paese.

Gli abitanti di Lessona nel 1606 si contavano in numero di 600, nel 1661 erano cento in meno mentre a fine secolo, nel 1693, l’elenco delle anime della parrocchia enumerava 715 persone.

Non ci è dato di sapere se il calo di popolazione che si verificò dopo il 1630 fosse dovuto al diffondersi della peste, di quell’epidemia raccontata dal Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi” nel territorio lessonese.

Esistono notizie storiografiche che riguardano infatti la diffusione del contagio nel territorio biellese ma non fanno cenno al nostro paese.

Tuttavia sappiamo che nel vicino Principato di Masserano alla fine del 1630 si notarono i primi casi di contagio mentre nel 1631 la peste raggiunse in queste terre a noi vicinissime il suo acme mietendo numerose vittime specialmente di giovane età.

Da ciò possiamo facilmente dedurre che ben difficilmente la popolazione lessonese si sottrasse alla pestilenza vista la diffusione della malattia ai suoi confini.

Nel 1600 compare sulla nostra scena storica la famiglia dei Barozzi destinata ad occupare per più di un secolo la baronia di cui Lessona fu investita.

Il 2 settembre 1627 Germano e Pietro Lorenzo, fratelli Barozzi, furono infeudati dal Duca: del territorio, dei beni e dei redditi di Lessona; mentre l’erezione del feudo lessonese in baronia è datata 15 novembre 1629.

La dinastia di questa famiglia attraversò, come accennato, tutto questo secolo ed il successivo fino all’ultima investitura del 1796 per terminare senza gloria, oberata dai debiti, ai tempi della calata napoleonica dei Francesi a fine Settecento.

E pensare che il Barone era il signore assoluto di Lessona investito di: “...total giurisdizione alta mezzana e bassa... di tutte le cause civili e criminali... autorità di deputare giudici... far drizzar forche, berline, pillastri, e altre cose concernenti l’esequtione della giustizia... affittamenti... fucine, miniere, minerali... casa, sitti, castello, palazzi, giardini, orti, terre alternate, vineate,... mercati, fere, tributi, imposti generali e particolari... consistenti tanto in denari, grani e vino quanto in qualsivoglia altra cosa... fiumi, acque... peschiere, pescaggioni, caccia per il finaggio, raggioni di prohibirle, e facoltà di imporre pene”.

 

IL MILLESETTECENTO

 

Nel 1734 Pietro Francesco Barozzi aveva trent’anni ed era il Barone di Lessona, viveva nel suo palazzo in frazione Torto nel cantone detto del Castello.

A quei tempi Lessona era un paese rurale la cui campagna, coperta di vigneti, produceva uno dei vini più apprezzati del Regno di Sardegna e questo ben lo sapevano le grandi famiglie nobili biellesi e vercellesi che possedevano i più bei vigneti e le case più grandi.

Fervevano, a quegli anni, i lavori di ricostruzione della Chiesa Parrocchiale mentre si effettuavano tutte le misure e le stime dei beni di proprietà secondo quanto previsto dall’Editto della Perequazione che Carlo Emanuele III aveva promulgato nel 1731.

Ma la vita non era scandita solo dall’alternarsi dei lavori nelle vigne e nei campi, ma anche dai rintocchi di una campana. Annunciava le riunioni del Consiglio Comunale ed accompagnava quei tristi e troppo frequenti giorni in cui tante anime, specie dei più piccoli, salivano in cielo.

Gli abitanti in quel secolo oscillavano da 800 a 950 unità ed erano praticamente tutti impiegati, fin dalla tenera età, nei lavori agricoli che si concentravano quasi esclusivamente nelle circa 800 giornate coltivate a vite, vigneti o alteni, che coprivano la maggior parte del territorio del nostro paese.

Migliaia di “brente” di vino erano prodotte per poi essere avviate per la maggior parte alla vendita mentre in minor misura nei campi si coltivavano: “segala e barbariato, melica bianca e altri marsaschi... frutti da rama, foglie di morone e noci”.

Tra i prati si coltivava la canapa che, macinata nei due mulini allora in funzione, uno a Capovilla l’altro alla Barazza entrambi lungo il corso del torrente Strona, serviva per soddisfare il fabbisogno della popolazione con i manufatti filati nei dieci telai funzionanti in paese.

Il quadro che possiamo disegnare della  Lessona di quel secolo non ha tuttavia solo le tinte allegre e colorite della vita di campagna peraltro già offuscate dalle difficoltà imposte dalla grandine e dalle altre avversità metereologiche che portarono spesso anni di carestia, ma soprattutto i colori cupi delle povere condizioni di vita della maggior parte della popolazione.

I bambini faticavano a nascere e se sopravvivevano erano costretti a vivere in povere case dove le condizioni igieniche erano scadenti, gli adulti oberati dal lavoro cadevano molto spesso vittime delle malattie   contro cui non esisteva rimedio.

Ma nel secolo XVIII non si spirava di sola morte naturale: i morti ammazzati e le morti misteriose frequentemente citate negli atti di morte dell’epoca sono un’ulteriore testimonianza della tristezza di quei tempi.

 

 

IL MILLEOTTOCENTO

 

Nel 1800 gli abitanti di Lessona erano saliti a 1.039 unità.

Agli albori del secolo, causa la riorganizzazione politico amministrativa dell’Italia nord occidentale voluta da Napoleone, il Piemonte era scomparso dalle carte d’Europa sostituito da sei dipartimenti francesi.

Lessona faceva parte del dipartimento della Sesia, la lingua ufficiale era diventata il francese come dimostrato dai pochi documenti rimasti nell’archivio comunale risalenti a quell’epoca, tra essi le liste di leva napoleoniche.

A proposito di leva, con un balzo, certamente eccessivo, nella storia ottocentesca ormai ricca, anche per noi, di avvenimenti, ci portiamo nel cuore della storia d’Italia: il periodo del Risorgimento.

Anche i Lessonesi hanno dato il loro contributo di sangue alle guerre risorgimentali: settanta tra fanti, bersaglieri, artiglieri, lancieri, da semplici soldati, caporali o sergenti, parteciparono ad una o più delle sette campagne dal 1848 al 1870 per l’indipendenza italiana.

Alcuni tornarono, altri caddero sul campo, due di essi furono decorati con medaglia d’argento al valor militare.

E’ una pagina di storia purtroppo dimenticata ma che merita opportuni approfondimenti, allo scopo di ricordare come anche il nostro piccolo paese partecipò alla creazione dello Stato italiano.

 

Lessona mantenne in tutto il secolo XIX il suo assetto prevalentemente agricolo e solo alla fine di esso iniziarono a svilupparsi le prime industrie tessili.

Ma com’era la Lessona di fine ottocento? Ecco come la descrive un giornale del 1880.

“...eccovi a pennellate somme due righe di topografia lessonese.

Lessona, paese rinomato pei suoi prelibati vini dista tre ore circa da Biella.

Tutto colline gode di una vista incantevole, di un’aria fra le più salubri: sperse qua e là ha ricche e sontuose ville, fra le quali primeggiano quelle delli signori Sella.

Dal piazzale della sua chiesa parrocchiale l’occhio spazia nell’immensa e ubertosa pianura vercellese e più in là sino a Novara, i circonvicini paesi di Masserano, Brusnengo e Roasio addossati a verdeggianti colline e più su le montagne rosse di Curino.

A ciò aggiungete un cielo stupendo e poi ditemi se Lessona non è veramente bello”.

La vita era migliorata, rispetto al secolo precedente e le attività sociali fiorivano con manifestazioni culturali, sportive, ricreative quasi sempre organizzate a scopi benefici.

 

L’EMIGRAZIONE

 

Come per molti altri paesi e regioni d’Italia, anche a Lessona l’emigrazione rappresentò certamente la caratteristica più importante dal punto di vista demografico e sociologico della storia dei primi trent’anni del Novecento.

Centinaia e centinaia di Lessonesi, intere famiglie, nuclei di parenti lasciarono la loro terra per cercare lavoro oltre oceano negli Stati Uniti, in Argentina o in altri paesi dell’America del Sud, oppure varcando le Alpi per la Svizzera o la Francia.

Scorrendo le liste delle richieste di passaporti si trova un nutrito elenco di cognomi delle più antiche famiglie lessonesi che facevano domanda per imbarcarsi sui piroscafi che varcavano l’oceano.

Ognuno dichiarando il proprio mestiere: tanti contadini, in minor misura operai tessili, cuochi, camerieri, negozianti, sarte... questi generalmente partivano per l’America del nord o del sud; al contrario i muratori, spaccapietre, gessatori, minatori e falegnami per i paesi d’Oltralpe.

In molti casi, e le domande di espatrio ben lo dimostrano, all’estero i “pionieri” venivano seguiti in anni successivi dai fratelli, cugini, oppure dalle mogli con i figli che partivano anche in tenera età.

Naturalmente molti ritornarono, ma buona parte restarono all’estero costituendo là le loro famiglie con una caratteristica destinazione di interi gruppi di parentela radicatisi a Little Italy, piuttosto che a Buenos Aires.

 

E’ noto come, soprattutto negli U.S.A., i Lessonesi si organizzassero in circoli o società di mutuo soccorso.

La più nota e numerosa di esse fu la società “La Lessonese” di New York che fu fondata il 7 maggio 1916 e il cui scopo era: “la fratellanza e lo scambievole aiuto fra i suoi membri, indipendentemente da ogni fazione politica o religiosa. La società tende a promuovere l’istruzione, la moralità ed il benessere onde cooperare al bene pubblico e sostenere con mutua retribuzione la vita e dignità della colonia lessonese”.

Ad essa si potevano iscrivere i lessonesi o figli di essi aventi età compresa tra i 16 e i 45 anni che dovevano pagare una quota mensile di un dollaro.

Molte furono le attività benefiche di questa società non soltanto tra i nostri compaesani emigrati ma anche a favore del loro paese che mai venne dimenticato: dal mantenimento di un letto a favore dei bisognosi presso l’Ospedale degli Infermi di Biella quando l’assistenza non era gratuita agli aiuti in denaro e generi alimentari inviati ai Lessonesi durante e dopo la seconda guerra mondiale.

 

 

VILLA CORINNA

 

La storia di questa villa attraversa due secoli di vita lessonese; dal 1794, quando venne costruita dai fratelli Dionisio e Felice Beglia con la manodopera di molti contadini lessonesi oppressi dalle guerre e carestie e perciò sollevati dalla miseria con questo lavoro, fino all’ultimo dopoguerra quando ospitò alcuni gruppi di sfollati provenienti dall’Istria.

Ma tutta la storia di questa casa si intreccia con molteplici vicende che partendo dalla sua costruzione il cui sovrintendente era l’ultimo dei Baroni Barozzi, ormai in rovina, passa attraverso il periodo più splendente della viticoltura lessonese essendo la “Fattoria Beglia” una se non la più grande azienda vinicola lessonese, fino ad interessare le vicende amministrative del Comune di Lessona e quelle socio politiche delle Leghe dei contadini e della Sezione socialista che caratterizzarono in Lessona i primi venti anni del secolo XX.

Durante tutto il 1800 questa casa, che solo successivamente si chiamò Villa Corinna, era dimora di campagna ma soprattutto grande azienda agricola che dava lavoro a decine tra contadini e massari. In essa si producevano quantità di uve impensabili per i nostri tempi nei suoi vigneti: basti ricordare che la vendemmia del 1900 fruttò ben 560 quintali...

Dunque la storia di questa casa ben rappresenta, pur senza pretese di esclusiva, la storia della viticoltura lessonese dell’800 e del ‘900.

 

Il nome della villa è da far risalire alla illustre contessa Corinna Beglia, figlia di Roberto Beglia, oriundo di Pettinengo e domiciliato a Vercelli, già sindaco di Lessona, che sposò il Conte Felice Avogadro di Quinto, Comandante della Scuola di equitazione di Pinerolo, creatore della Scuola di equitazione di Tor di Quinto a Roma, carissimo amico del Re Umberto.

Dal matrimonio nacque il figlio Casimiro, in memoria del quale dopo la sua morte avvenuta l’11 dicembre 1922, la contessa Corinna costruì e dedicò l’omonima strada che dalla frazione Piccone porta alla borgata Monte proprio dove si trova la villa.

La Contessa presa ad occuparsi della tenuta di Lessona dopo la morte del padre avvenuta in 16 febbraio 1897 e proprio negli anni dal 1900 al 1920 fu protagonista, a volte diretta a volte indiretta, di molte vicende che riguardavano il lavoro dei braccianti agricoli a Lessona con i suoi risvolti sindacali e le lotte con la Lega contadini, oppure la storia quasi secolare della costruzione di una strada che collegasse il Monte con la pianura della Ratina che tante liti portò in Comune e che coinvolse il Partito socialista con la sua forte rappresentanza lessonese. Storia culminata proprio con la costruzione della strada intitolata al figlio Casimiro.

 

 

L’INDUSTRIA TESSILE

 

Fotografando il paese moderno è difficile confrontare l’immagine che ci è tramandata dalla storia: il nostro paese con tutto il territorio coperto di boschi, di vigne e di campi con quella moderna: poche vigne rimaste, tanti boschi ma soprattutto tante case e tante fabbriche.

Lo sviluppo industriale di Lessona avvenne però molto più tardi rispetto ad altri paesi limitrofi e non del Biellese: se è vero che gli antichi Romani che abitavano da noi tessevano sagari e che al Medio Evo sono datate alcune notizie che fanno riferimento a Lessonesi che esercitavano l’arte antica della tessitura, è altrettanto vero che l’industria tessile compare a Lessona alla fine del 1800 per raggiungere piano piano il suo acme nel XX secolo.

Nel 1880 il signor Zignone Pier Angelo stava costruendo il primo stabilimento tessile e durante i lavori di costruzione accadde perfino, evento certamente non raro per quei tempi, un infortunio mortale sul lavoro, come riportato sui giornali locali dell’epoca.

Abbiamo notizie che nel 1895 nella ditta Loro Piana a Lessona si svolse uno sciopero a cavallo tra il mese di giugno e il mese di luglio.

Nel 1900 era già in attività anche la fabbrica dell’industriale Reda Luigi, come possiamo ricavare da una polemica giornalistica dell’epoca a proposito di una raccolta di fondi in quello stabilimento per l’organizzazione di quello che fu il primo carnevale di Lessona.

Dai ruoli delle tasse per gli esercizi e le rivendite si ricava la notizia che nel 1913 gli opifici allora in attività erano cinque: Boggio figli di Agostino, Calcia Giacomo, Loro Zignone Guelpa, Reda Ottavio, Zignone Quintino; nel 1916 a questi si erano aggiunti Zignone Paolo e Garlanda Celestino e Giovanni.

Da libro di Vincenzo Ormezzano su “Il Biellese” e il suo sviluppo industriale edito nel 1927 si legge che a quei tempi gli stabilimenti lanieri erano il Lanificio di Lessona, Segre & C., lanificio completo con 180 operai, Reda Ottavio di Pietro, lanificio completo con 230 operai, Bertotto & Botto, lanificio completo con 250 operai, Succ. di F. Caucino & C., filatura a pettine con 120 operai, Ubertino Silvio, lanificio completo con 110 operai, Figli di Agostino Boggio, filatura cardata con 40 operai e Zignone Paolo, filatura a pettine e tessitura con 70 operai. Quindi, in totale, ben 1.000 operai.

 

Parlando di industria tessile e di operai non possiamo dimenticare un  accenno alle lotte sindacali che si manifestarono in Lessona già dai primi anni di attività dell’industria, analogamente sia pur in misura minore rispetto ad altri paesi.

Di uno di questi scioperi già abbiamo dato notizia, altri ne seguirono a testimonianza dell’intensa attività dei circoli socialisti a fine Ottocento, inizio Novecento nel nostro paese.

 

 

IL NOVECENTO

 

Molto si potrebbe dire del secolo che chiude questo millennio e di tanti eventi storici esistono ancora testimoni diretti che tante volte ci hanno raccontato soprattutto le vicende più tragiche e tristi degli ultimi decenni.

Volendo ricordare altri fatti più lontani nella memoria possiamo partire dalla lunga e complessa storia della Lega dei contadini e dei circoli socialisti a Lessona: vicende che testimoniano attraverso i documenti rimasti  di come i nostri antichi compaesani furono attenti alle ragioni più profonde dell’impegno politico sindacale a favore dei braccianti agricoli o degli operai delle prime industrie, e dei grandi temi della politica del primo Novecento.

Sono queste sicuramente le radici da cui nacque l’impegno di tanti lessonesi attivi nella pubblica amministrazione tra i quali il più conosciuto è quell’Enrico Monti, sindaco di Lessona dal 1912 al 1922, fervente socialista anticlericale passato alla storia per il suo fermo rifiuto al regime fascista.

Ma parallelamente a queste genuine e passionali ispirazioni sociali se ne svilupparono altre che portarono altre persone, di diversa convinzione ed esperienza, ad occuparsi della cosa pubblica e del nostro paese: le radici cattoliche che ebbero sicuramente il loro miglior e più sapiente cultore in Monsignor Delfino Maggia che tanta parte ebbe nelle vicende locali dal 1922 fino al dopoguerra ed oltre.

Si dipana così la storia del nostro Novecento: accanto alla costante del lavoro nelle vigne o nelle fabbriche le vicende del Comune, del paese e delle sue frazioni spesso ferocemente in lotta fra di loro guidate dai loro rappresentanti nel Consiglio comunale impegnati nel portare avanti le ragioni dei loro elettori frazionisti tante volte schierati su posizioni difficilmente conciliabili tra loro.

Appaiono così chiare e spiegabili molte delle ragioni che ancora oggi ispirano ragionamenti e comportamenti dei Lessonesi e nulla vi è di meglio che rileggersi le pagine, anche della storia più recente, per comprendere le vicende di oggi.

Questo secolo, tralasciando i momenti tristi delle guerre o quelli più meritori dell’ultima lotta partigiana, vogliamo ricordarlo come quello in cui si affermarono le istituzioni più importanti a cominciare dalle scuole, che ebbero la loro splendida collocazione nel 1939 insieme al nuovo Municipio, ed all’Asilo infantile.

Quest’ultima istituzione nacque e si consolidò proprio a cavallo dei due secoli e soprattutto grazie all’impegno benefico di tanti Lessonesi che impararono ad usare il tempo ed il divertimento per il nobile scopo di istituire una scuola per i più piccoli.

Ed è proprio con i più piccoli, che meglio di noi attraverseranno il prossimo millennio, che abbiamo voluto chiudere questa storia.

 

Sorta intorno al 1000, ricostruita una prima volta nel secolo XV, all'epoca dell'edificazione della parte inferiore dell'attuale campanile, e poi definitivamente nel secolo XVIII secondo la foggia attuale.
 

Nell'edificio e nell'adiacente canonica sono conservate alcune opere d'arte sia scultorea che pittorica:

 

  • · le ancone di Bernardino Lanino, una in particolare raffigurante l'Eterno Padre;

  • ·  il pulpito, lavoro di scultura e intaglio dell'arte valsesiana del secolo XVII;

  • · l'altare maggiore e la balaustra in marmi policromi del 1780 (tra le migliori opere del genere del Biellese);

  • · il Battistero in noce su pila di marmo intarsiato.